Forse hanno ragione dicendo che la crisi della sinistra è partita dallo stillicidio interno tra i vari partiti, tra le contrapposizioni dei vari interessi di bottega.
Quella è stata indubbiamente una condizione, ma lo scivolone della sinistra è stata anche quello di riuscire a smorzare ogni, anche flebile, tentativo di voglia di riscatto della sua gente.
Cercando di etichettare, inglobare o, quando non ci sono riusciti, contrastare e arginare ogni movimento spontaneo, che voleva con la sua esistenza scuotere e al tempo stesso fare un passo avanti oltre le formazioni esistenti, si è prodotto il disincanto e l’allontanamento di tantissimi cittadini.
L’esempio del caso “Serracchiani”, avvertito dai più come un tradimento (nata contro una certa nomenclatura e attorno a un’idea di cambiamento e inquadrata subito nell’organicità di partito appoggiando Franceschini) è solo l’ultimo esempio temporale.
L’hanno chiamata antipolitica, era più stanchezza verso un sistema partitico interessato solo a se stesso, autoreferenziale ed elitario.
Breve premessa e mi si perdoni il passaggio ardito al movimento gay ROMANO.
La “questione romana” esiste. Associazioni divise, mancanza di un coordinamento reale che insegua un fine più lungimirante dei personalismi e protagonismi vari, rancori e divisioni, spesso, legati anche a vicende personali o, peggio ancora, commerciali.
Questo dato di fatto è riconosciuto e riconoscibile anche da chi è totalmente fuori dai giochi e dalle beghe associative. Questa è la debolezza, umana,del movimento “istituzionale”.
E, proprio come la sinistra italiana, la paura di perdere rendite( ma poi, mi chiedo, esistono veramente rendite non economiche che qualsiasi associazione romana può vantare a pieno titolo?) fa fare quadrato attorno a quello che si può chiamare, anche solo semplicemente, un fenomeno.
E arriviamo agli autoconvocati di “we have a dream”. Un gruppo di promotori ( inevitabilmente ci deve essere) che sull’onda dell’indignazione, dell’emozione, della paura sulle aggressioni omofobiche ha provato a inventarsi qualcosa, a riportare in piazza, come si suol dire, chi da quella piazza si era allontanato o non c’era mai stato.
Ed è stato così. Dopo le due principali manifestazioni, l’onda ha comunque cercato di reggere, sta comunque cercando di andare avanti.
Alcune confusioni organizzative e pecche comunicative sono passaggi di un movimento spontaneo di persone che vuole comunque continuare a rivendicare che la presenza del popolo Lgbt c’è ed è forte.
[Tra l’altro, da subito, il gruppo di we have a dream ha aperto a tutti la riunione organizzativa del lunedì, che vede sempre più partecipanti, per raccogliere non solo contributi, ma per riuscire a coordinare tutte le possibili forme e richieste di partecipazione, da parte di ognuno].
Da duemila a duecento, si dice, che risultato è? Personalmente, e non credo di trovare smentita da nessun rappresentante di associazioni, 200 persone, a Roma, fuori dal Gay Pride e fuori da manifestazioni organizzate da partiti o sindacati, credo sia un risultato invidiabile.
Io, come molti “associati”, ho orgogliosamente partecipato a manifestazioni che arrivavano a raccogliere trenta, cinquanta, al massimo cento persone, queste sì, portate tutte in piazza dalle macchine organizzative di questa o quella realtà.
Ho sempre difeso, anche in questo modo, la mia militanza.
Si diceva, in quelle occasioni, “sono i gay che non si spostano, sono i gay che non si muovono, sono i gay che sanno solo ballare”.
Questo potrebbe non essere del tutto falso, ma credo sia innegabile che quando la causa è forte e si riesce ad andare oltre il desiderio di cannibalismo, la risposta c’è e si faccia vedere.
Dunque, sembra che gay e cosiddetti friendly, ci siano e ci siano stati, ma altrettanto sembra che tutti questi facciano paura al movimento, o a parte di esso.
Perché?
Perché, improvvisamente, 200 persone che partecipano a una fiaccolata non sono nulla e prima i 30-40 che partecipavano alle iniziative per dovere di scuderia erano un successo?
Perché, improvvisamente un’organizzazione spontanea e che ha tutta l’intenzione di rimanere tale, mette così paura, tanto da essere tacciata di movimentismo, nella sua accezione più negativa, o addirittura, di essere contro il movimento, contro le associazioni e contro il lavoro che è stato fatto in questi anni?
La ferma posizione sulla partecipazione delle associazioni alle manifestazioni, non è un rifiuto del loro lavoro, ma un cambio di passo, necessario, proprio per contare ancora su quelle duemila persone, ma per non perdere nemmeno quelle duecento che prima, comunque, non sentivano la voglia o la necessità di esserci.
Forse che il precedente creato preoccupi davvero i consociati romani? Forse che, se queste 200 persone reggono o , ancor peggio, tornassero a essere 2000, prima o poi non si potrà più non tenere conto delle loro forme di protesta e del fatto che la “questione romana” andrà affrontata e risolta?
Ovunque esistono associazioni lgbt di diversa natura, con diversi scopi sul territorio, che raccolgono diverse forme di partecipazione e sensibilità e, ovunque, queste forze vincono quando sono unite, quando si federano, quando di fronte a un comune obiettivo non rinunciano ai loro vessilli, alle loro storie, alle loro forme, ma trovano il modo di unirsi e formare un tutto che va oltre la somma delle parti.
Riuscendo, anche, a coinvolgere chi, per vari motivi, di quelle parti non vuole far parte organicamente, ma vuole partecipare, con la sua sola presenza e testimonianza, all’obiettivo più grande.
Dunque, chi ha paura di “we have a dream”? E ancor prima, qual è il sogno che abbiamo? L’obiettivo reale è quello di convogliare tutto il popolo lgbt in tessere associative? Così che qualcuno, se mai la guerra finisse, si ergerà vincitore e si arrogherà il diritto di essere rappresentante unico, o è aggregare attorno al macro obiettivo di “essere diversi essendo trattati da uguali” (comprendendo diritti, doveri, sicurezza )?
Qual è l’obiettivo di attaccare, e mai a viso scoperto, un fenomeno come “we have a dream” piuttosto che lavorare ognuno come possibile, al macro obiettivo sfruttando, nel migliore dei modi, l’onda che si sta alzando e cercando di mantenere alta?
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E dopo l’ultima mezz’ora di Sanremo 59 che ci ha tenuto col fiato sospeso…(della gara non ci interessava nulla, ma vedere Povia tra i primi tre ha reso il tutto molto più succulento… e la paura dopo l’assegnazione del premio Sala stampa ci ha definitivamente incollati al televisore…).Dopo la fatidica mezz’ora finale, ora altre riflessioni, a bocce ferme(perché ora che non ha vinto le bocce si fermeranno, cosa che credo non sarebbe avvenuta in caso contrario).
Prima di tutto c’è da constatare come l’operazione di marketing sia riuscita in pieno:
- era l’anno del tutto per tutto, Salvare San remo a tutti i costi. E’ stato fin troppo facile creare il caso Povia,su un tema che aveva diviso l’Italia l’anno precedente (Teodem,Pcs, Dico,Cus… dichiarazioni varie), ma sul quale tutti possono avere una opinione e moltissimi anche superficiale laddove non ci si senta colpiti da vicino (per un attimo, un brivido…. E se il caso Englaro fosse scoppiato prima? Il tempo di scrivere, arrangiare, preparare canzone e cantante… avremmo avuto una “Eluana era viva”? …Un brivido, appunto).
- Il caso si è montato da solo, ma tutti hanno consapevolmente o meno, contribuito: le innumerevoli dichiarazioni di Bonolis sul palco sul tono“Qui ognuno può raccontare la storia che vuole”.. (Chiedete di Nicola Agliardi e della sua “Perfetti” storia di un amore omosessuale e della sua esclusione…); la scelta di passarla quasi per ultima la prima sera…; la spalla offerta dal poco lungimirante Grillini, oltre a essersi beccato i fischi,offrendo la sua “immagine” ha fatto sì che,dopo, sembrasse quasi tutto fosse tornato alla normalità, al politicamente corretto…alla fine però, i froci possono scrivere poesie d’amore,ma non reclamare diritti…; Bonolis che visibilmente commosso dopo l’esibizione di Povia venerdì sera…lo sberleffo del cantante, praticamente certo della vittoria, con l’ultimo dei suoi aforismi “Non prendiamoci sul serio”…Maghi del marketing televisivo avevano orchestrato tutto, sottovalutando uno strumento incontrollabile creato da loro stessi..il televoto… e le orde di adolescenti che con questa pratica hanno una grande familiarità…Et voilà… la sorpresa… (che a esser maligni penso anche Povia come l’utile idiota…buono per la polemica per l’audience, ma mica per la polemica post…doveva comunque essere il San Remo perfetto questo… e così per essere certi che le 15enni non si distraessero… si chiama anche Maria De Filippi accanto a Marco Carta… fosse pensato anche questo?).
- La canzone liberamente (anche se userei tragicamente) ispirata alle teorie di Nicolosi e alle più caserecce di Cantelmi, per cui l’origine dell’omosessualità è patologica, sempre traumatica, da trovare nel passato, legata al triste e difficile rapporto con i propri genitori ( vabbè non mi va di rifare il discorso che lega la mia infanzia felice, i miei genitori che non sono né più ne meno degli altri e il mio strabordante amore per il culo e il pisello maschile, era chiaro, no?
E poi il testo… che son solo canzonette…
E se nessuno l’avesse capito? E se quello fosse il grido di Luca? In fondo Luca di essere sereno (non felice, ce lo ha ricordato anche uin cartello “Serenità è meglio che felicità”) ora che sta con una donna (non mi sembra dica sia sposato), ma che dopo tutte le sfighe che gli sono capitate… dice chiaramente che scopre di “essere omosessuale”.
Stavolta l’uso del verbo per eccellenza, quell’essere così intimo e categorico, fa lo sgambetto.
Nel titolo fa sì che l’uso all’indicativo chiuda la strada ai dubbi: nessun verbo o tempo verbale della possibilità, del dubbio, dell’incertezza.
In quella frase però…c’è lo sgambetto. Luca è omosessuale, vive un amore sbagliato, incontra probabilmente un uomo che se ne approfitta… perché quando tutto è nascosto, è difficile anche avere una visione obiettiva di ciò che si vive e accorgersi delle cose sbagliate…
Pensava di andare con gli uomini per fuggire alla madre… e se andasse con una donna per fuggire da quella sua condizione e per paura di incontrare di nuovo uomini come il suo primo amore, sbagliato?
Fatto sta, vittoria di Pirlo o consolazione dei semplici… il fatto che San Remo l’abbia vinto Marco Carta, più vicino alla femminea figura di un Dorian Gray, che al machismo di un toro da family day (che ribadisco non appartiene nemmeno a Povia) mi fa andare aletto più sereno… o felice…
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Riccardo è gay. Gli piacciono i ragazzi. Gli piace fare sesso, e tanto, con loro. Gli piace portarli a cena con gli amici di una vita, gli piace immaginare con loro una casa e chissà, dei figli.
Ha il suo ideale di uomo, ha il suo sogno di vita, ha avuto diverse storie e ogni volta è stato un sogno che sembrava realizzarsi. E anche adesso vive quella stupenda alchimia di sesso, amore, sorprese, rose, vita quotidiana e progetti.
Riccardo, però, viste le mode e le tendenze, è un gay anomalo… Non ha un padre alcolizzato, un padre che non ha abbandonato sua moglie, che ha vissuto con lei una vita e una famiglia invidiabile anche nei momenti difficili.
Eppure un padre con cui si è anche, spesso, scontrato e che gli ha permesso sviluppasse la sua personalità, ombre e luci. Sarebbe potuto esser più duro? Forse. Per questo sarei stato un “maschio” più sicuro e un uomo più “vero”. Probabilmente no, solo più represso e violento.
Un padre di cui si riconoscono pregi, difetti, successi ed errori, ma che Riccardo non cerca nei ragazzi che ha avuto e che vuole avere accanto. Anche solo per una notte di sesso.
Riccardo è gay, ma è anomalo, perché, sì, ha avuto una madre un po’ caca cazzi, ma forse solo perché è una mamma italiana post guerra. Innamorata e devota dei suoi figli, in maniera uguale (chissà perché allora il fratello di Riccardo, non solo non è gay, ma ha dichiarato la sua personale lotta alla bassa natalità italiana…). Impaurita da una personalità come quella di Riccardo, ma che non può non amare,come figlio, a volte difficilmente condivisibile…ma mica solo perché è gay,ma perché è un testardo, a volte prepotente, a volte intransigente, strano per lei che è la maestra della mediazione.
E per quanto la adori e ami provocarla, Riccardo non è mai stato innamorato della propria madre, né cerca negli uomini il modo per non tradirla o per esprimere quell’uomo che lei, per eccesso di amore,potrebbe non fargli esprimere.
Riccardo è gay. E’ passato per le donne. E ora è felice perché crede che la sua ex ragazza ha finalmente capito perché quella storia perfetta è dovuta finire. Crede in Dio e per un periodo anche nella Chiesa. Ma non si è mai sentito sbagliato. Forse ha avuto paura, è stato un po’ pessimista,ma ha avuto pochi dubbi da quando ha realizzato ciò che sentiva, ciò che voleva,ciò che è.
Riccardo è gay e ora molto incazzato,perché un codardo represso, con la scusa di cantare solo una “storia” (non si canta una storia a San Remo, su quel palco, in quest’italietta, ora, da lì, si canta la realtà) dipinge una categoria, quella di cui Riccardo fa parte. Inevitabilmente. Riccardo è gay e incazzato perché un fottuto ritmo che ti entra in testa è servito per trasmettere un messaggio pericoloso,qualunquista e falsamente buonista.
Riccardo è gay e incazzato perché in prima serata un represso (dai polsi troppo slogati per essere eterosessuale) ha detto che un tale Luca non è più gay senza passare per preti, psicologi o stregoni e che in fondo…non c’è nessuna malattia… tutti contenti così… se non fosse che ci potrebbero essere genitori che si colpevolizzeranno, da stasera. Ragazzi insicuri e indecisi che si illuderanno e reprimeranno se stessi e i loro sentimenti, da stasera.
Riccardo è gay e incazzato perché un comico sopravvalutato usando la sensibilità suscitata dalle poesie d’amore si è prestato a far sì che tutti, in fondo, fossero accontentati. E intanto il messaggio passava.
Riccardo è gay e incazzato perché qualcuno che dice di rappresentarlo si presta al gioco del quieto vivere, accettando un invito a San Remo, per amore di telecamera buttando al secchio rispetto e strategia politica.
Riccardo è gay e incazzato, ma non ha nessuna intenzione di cambiare.
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